12. La resistenza dei militari

Il 3 settembre 1943, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati firmano un armistizio, che viene reso pubblico il successivo 8 settembre, senza che sia stato predisposto davvero alcun piano per far sì che l’esercito italiano sia preparato a fronteggiare le truppe tedesche stanziate in Italia e all’estero, sui fronti, fino a quel momento comuni, di guerra.

I tedeschi, già in forze in Italia dal giugno-luglio precedente, hanno modo di occupare i gangli vitali del paese nel giro di pochi giorni e senza incontrare quasi alcuna resistenza.

Per le forze armate, abbandonate dai comandi superiori e lasciate spesso senza ordini, inizia lo sbando. Molti soldati prendono la via dei monti e della guerra partigiana, che si va strutturando in questi primi mesi.

All’estero, alcuni reparti decidono di resistere ai tedeschi, che pretendono la cessione delle armi e la loro resa. Questi tentativi di opposizione si concludono perlopiù con la sconfitta, e la successiva atroce “vendetta” da parte tedesca.

I soldati italiani che riescono a sopravvivere e a non essere catturati, entrano spesso a far parte dei movimenti di Resistenza locale, pur con le difficoltà date dall’essere stati, gli italiani, fino all’8 settembre 1943, membri degli eserciti nemici e occupanti.

In Italia, il Regno del Sud riesce a ottenere l’autorizzazione degli Alleati per tentare la ricostruzione delle forze armate. Migliaia di sbandati o di reparti rimasti parzialmente integri (in particolare, quelli stanziati in Sardegna e in Corsica) vengono riorganizzati prima nelle file del Primo Raggruppamento Motorizzato, poi in quelle del Corpo Italiano di Liberazione (CIL) e, infine, nei Gruppi di Combattimento.

 

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