2. La politica e le lotte sociali

La guerra introdusse nell’Italia novità che sconvolsero l’assetto tradizionale di una società fondata su un’economia agraria: si sviluppò la grande industria controllata dal grande capitale, mentre lo Stato andava modificando la sua funzione divenendo attore in prima persona attraverso la mobilitazione industriale. Ciò ebbe conseguenze anche sulla vita dei lavoratori perché i sindacati vennero riconosciuti come loro rappresentanti, sia pure ai fini di un maggior controllo e con forti limiti alle loro richieste. Non potevano mettere in discussione ad esempio la disciplina di fabbrica, i licenziamenti, l’invio al fronte di esponenti politici e sindacali.

Nel dopoguerra, cadute le restrizioni della disciplina militare, i sindacati, riuniti in Confederazioni Sindacali (CGdL, CIL, UIL, USI) poterono esercitare un ruolo inconcepibile nel primo quindicennio del secolo.
La stagione delle rivendicazioni fu aperta da moti per il caroviveri, in larga parte spontanei.

Seguirono le agitazioni contadine che videro in scena salariati agricoli nel Nord, coloni e mezzadri nel Centro, salariati e piccoli proprietari nel Meridione; nel periodo finale del conflitto il governo aveva promesso la terra ai contadini e questo fu un motore fondamentale nella mobilitazione di massa.
I ceti possidenti furono allarmati dall’ampiezza del sommovimento, e dalle conquiste che esso conseguì: l’imponibile di manodopera e l’assunzione del collocamento da parte dei sindacati; i due istituti si presentavano come attentati al potere e ai diritti della proprietà. Ed era questo il cuore del conflitto. Nel settore industriale esso si presentò in forme diverse, ma di pari significato.

Guardie rosse

Nel settembre 1920 l’episodio più significativo: l’occupazione delle fabbriche e la sostituzione delle Commissioni Interne con rappresentanti di reparto che costituivano il Consiglio di Fabbrica la cui funzione rivoluzionaria fu teorizzata dal gruppo di socialisti massimalisti torinesi riuniti attorno alla rivista